Émile Coué: le parole possono davvero aiutarci a guarire?
«Tous les jours, à tous points de vue, je vais de mieux en mieux.»
«Ogni giorno, sotto ogni aspetto, vado sempre meglio.»

È probabilmente la frase più famosa di Émile Coué. Poche parole, semplicissime, che all’inizio del Novecento fecero il giro del mondo e trasformarono un farmacista francese in uno dei personaggi più conosciuti nel campo dell’autosuggestione.
Oggi una frase del genere può suscitare due reazioni opposte. Qualcuno potrebbe pensare che basti ripeterla per guarire; qualcun altro potrebbe liquidarla come una sciocchezza priva di qualsiasi fondamento. Entrambe le conclusioni sarebbero troppo semplici. Dietro il metodo di Coué c’era infatti un’osservazione che, molti decenni dopo, la ricerca scientifica avrebbe studiato con strumenti ben più rigorosi: ciò che ci aspettiamo può influenzare il modo in cui percepiamo ciò che accade al nostro corpo.
Tutto cominciò in una farmacia
Émile Coué nacque in Francia nel 1857 e lavorò per molti anni come farmacista. Fu proprio dietro il bancone della farmacia che cominciò a interessarsi al rapporto tra cura, aspettativa e suggestione. Notò che il modo in cui un trattamento veniva presentato sembrava talvolta accompagnarsi a una diversa esperienza del paziente. Da qui sviluppò progressivamente l’idea che l’immaginazione e l’aspettativa potessero esercitare una forte influenza sulle sensazioni e sul comportamento.
Naturalmente un’osservazione del genere non costituisce una prova scientifica. Coué lavorava prima della moderna sperimentazione clinica e arrivò anche ad attribuire all’autosuggestione possibilità terapeutiche che oggi non possiamo considerare dimostrate. Ma la domanda da cui partiva resta interessante: il modo in cui pensiamo a una cura può influenzare almeno in parte ciò che proviamo?
Coué riteneva inoltre che, quando volontà e immaginazione entrano in conflitto, spesso sia l’immaginazione ad avere la meglio. L’esempio è intuitivo: chi soffre d’insonnia può ripetersi «devo assolutamente dormire» e, proprio aumentando lo sforzo e la tensione, rendere il sonno ancora più difficile. Allo stesso modo, dirsi continuamente «non devo avere paura» mantiene l’attenzione concentrata proprio sulla paura. Da queste osservazioni nacque quella che Coué chiamò autosuggestione cosciente.
Che cosa faceva realmente Coué
Il metodo era sorprendentemente semplice. Al mattino, al risveglio, e alla sera, una volta a letto, Coué consigliava di chiudere gli occhi e ripetere venti volte la formula: «Tous les jours, à tous points de vue, je vais de mieux en mieux». Per contare le ripetizioni suggeriva una cordicella munita di venti nodi.
Un dettaglio è particolarmente importante: non chiedeva di concentrarsi intensamente né di costringersi a credere alla frase. Nelle sue istruzioni raccomandava di pronunciarla in modo semplice, quasi meccanico, senza sforzo. L’idea era evitare che la volontà diventasse una lotta interiore.
Coué utilizzava anche suggestioni più specifiche quando una persona lamentava dolore o un disturbo. Nei suoi testi e nelle descrizioni del metodo compaiono formule ripetute rapidamente con l’intento di favorire l’idea che il disturbo stesse diminuendo. Arrivò però ad attribuire all’autosuggestione effetti molto ampi, anche su malattie organiche. Qui è necessario separare nettamente la storia del metodo dalle prove scientifiche disponibili oggi.
Quello che Coué non poteva ancora sapere
Un secolo dopo disponiamo di concetti e metodi sperimentali che Coué non aveva. Tra questi vi sono gli effetti placebo e nocebo. Il placebo non significa semplicemente «immaginarsi» di stare meglio. Aspettative, apprendimento, condizionamento e contesto possono modificare l’esperienza di alcuni sintomi e sono associati a risposte biologiche misurabili in diversi ambiti.
Il fenomeno è particolarmente studiato nel dolore. Una meta-analisi pubblicata su Pain ha rilevato, negli studi sperimentali considerati, effetti nocebo sul dolore di entità mediamente da moderata a grande, pur con una notevole variabilità. Inoltre, la combinazione di suggestione verbale e condizionamento tendeva a produrre effetti maggiori rispetto alla sola suggestione verbale.
Una revisione sistematica di 89 studi ha individuato tra i fattori più fortemente associati al nocebo le aspettative di sintomi, i suggerimenti espliciti secondo cui un’esposizione avrebbe prodotto sintomi e l’osservazione di altre persone che manifestavano quei sintomi. Anche l’apprendimento osservazionale è stato confermato da una successiva revisione sistematica e meta-analisi sul dolore.
Un’ampia umbrella review del 2023 ha inoltre riassunto la letteratura sui meccanismi placebo e nocebo associati agli interventi farmacologici in numerosi ambiti clinici. Questo non significa che l’aspettativa possa curare qualsiasi malattia; significa che il contesto psicologico nel quale viviamo un trattamento non è necessariamente neutrale.
Anche le parole del medico possono contare
Da qui deriva una conseguenza pratica importante. Il paziente deve essere informato in modo completo e veritiero sui benefici e sui rischi di una terapia, ma il modo in cui l’informazione viene comunicata può influenzare le aspettative. Presentare un possibile effetto indesiderato come inevitabile non equivale psicologicamente a spiegare con precisione che può verificarsi, quanto è frequente e che cosa fare qualora compaia.
Questo non rende immaginari gli effetti collaterali. Un farmaco può produrre effetti indesiderati per ragioni farmacologiche reali. La ricerca sul nocebo ci dice semplicemente che, in determinate circostanze, alla componente farmacologica può aggiungersi una componente legata all’aspettativa.
Ma allora le parole guariscono?
Qui bisogna evitare il salto logico. Se un’aspettativa può modificare la percezione del dolore, non ne consegue che un pensiero positivo possa eliminare un tumore, curare un’infezione, riaprire un’arteria ostruita o correggere da solo una malattia metabolica. La prima affermazione può essere sostenuta da evidenze; la seconda non deriva dalla prima.
Le parole possono influenzare le aspettative; le aspettative possono influenzare emozioni, comportamento e alcuni sintomi; questi processi possono essere accompagnati da risposte fisiologiche. Ma questa catena non dimostra che le parole eliminino la causa di una malattia.
Ciò non rende inutile l’intuizione di Coué. Pensiamo a quante autosuggestioni negative utilizziamo spontaneamente: «Non ce la farò», «alla mia età non posso più migliorare», «questo dolore non passerà mai», «quel farmaco sicuramente mi farà stare male». Non è necessario sostituirle con promesse irreali. Possiamo usare un linguaggio più equilibrato: «Non so ancora come evolverà la situazione, ma sto facendo ciò che posso per migliorarla» oppure «L’età cambia il corpo, ma posso ancora migliorare molti aspetti della mia salute e della mia qualità di vita».
Ed ecco che la frase di Coué può essere letta in modo moderno: «Tous les jours, à tous points de vue, je vais de mieux en mieux» — «Ogni giorno, sotto ogni aspetto, vado sempre meglio». Non come formula magica, ma come esercizio che evita di trasformare automaticamente ogni difficoltà nella previsione del peggio.
La conclusione Ketoplus
A più di cent’anni di distanza, Coué merita un giudizio equilibrato. Alcune delle possibilità terapeutiche che attribuiva all’autosuggestione non sono state dimostrate e oggi non sarebbe corretto presentarle come cure. Ma sarebbe altrettanto semplicistico ignorare completamente l’intuizione da cui era partito: aspettative, parole e contesto possono influenzare il modo in cui viviamo alcuni sintomi e trattamenti.
Dire semplicemente «le parole guariscono» sarebbe troppo. Dire che le parole non contano sarebbe altrettanto sbagliato.
Forse il messaggio più utile che possiamo conservare di Émile Coué è questo: non possiamo scegliere tutto ciò che accade al nostro corpo, ma possiamo prestare maggiore attenzione alle parole con cui ogni giorno interpretiamo ciò che ci sta accadendo. La medicina cura le cause quando può farlo; le parole, invece, possono contribuire a modificare il modo in cui affrontiamo il percorso.
Bibliografia
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